Visualizzazione post con etichetta emozionarte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta emozionarte. Mostra tutti i post

venerdì 17 febbraio 2012

Dicembre 2008


Viaggi nell’arte…
Francesco Dell
 Francesco Dell'Aglio, Figure in movimento, 2002, tela su acrilico, 100cm.x100cm.

Francesco DellFrancesco Dell'Aglio, La Danza, 2003, tela su acrilico, 50cmx40cm.








E’ trascorso oltre un decennio da quando ho avuto il grande piacere di conoscere l’artista delle opere proposte in questo post. E’ difficile scrivere quando la stima si mescola all’affetto, si rischia di non rendere giustizia alla produzione artistica del pittore. L’amicizia che ci ha legati nel tempo, nonché la comunanza di studi e interessi, mi hanno permesso di cogliere le sfumature dell’animo di Francesco Dell’Aglio. La sensibilità spiccata - innanzitutto umana, delicatissima e tenera - è leggibile nella sua produzione pittorica giocata su elementi del reale trasmutati in simboli. La vivace tonalità dei colori di cui si avvale Francesco Dell’Aglio riflette l’intensità con la quale l’artista fa propri tali simboli, vivendoli quasi a contorni netti. Si alternano così nei sui quadri campiture di colore, l’una inserita nell’altra o accostate, che “incorniciano” figure umane stilizzate, galli, bocche che sembrano fauci o semplici segni grafici veicolanti il tormento dell’anima. I soggetti sono andati diversificandosi nel tempo in una continua ricerca del sé attraverso l’espressione pittorica. Dopo una sosta durata alcuni anni, l’artista mi ha riferito di aver ricominciato a dipingere ed è tutt’ora attivo. Le sue opere sono state esposte varie volte e vendute presso gallerie d’arte. Una fra quelle proposte è, con sommo piacere e onore, di mia proprietà, gentile omaggio dell’artista alla nostra amicizia. Vi lascio all’emozione cromatica prodotta dai lavori sopra associati, sebbene le foto da me scattate non siano ottimali.



“La ricerca estetica di Francesco Dell’Aglio ha radici saldamente fondate nella storia della pittura dell’ultimo secolo, mostrando legami con diversi aspetti delle avanguardie storiche. E’ una ricerca che si dilata dalla realtà sensibile alla sfera della pura intuizione, dove l’oggettività perde l’identità naturalistica, per assumere forme nuove che sfiorano talora l’astrazione. In questo processo evolutivo un ruolo predominante assume il colore: non dirompente né lasciato al caso, eppure vivace o decisamente fauve, compreso sempre però entro confini geometrici disposti su fondi monocromi scuri, a comporre entità variegate che rimandano a forme paesaggistiche, figure, oggetti. L’interpretazione delle percezioni e delle emozioni si sviluppa nelle pagine pittoriche di Francesco Dell’Aglio con un’espressionistica forza narrativa, anche se le immagini rimangono a volte sospese in atmosfere di chagalliana memoria. I contenuti sono per lo più legati a un mondo di esperienze soggettive, ma l’artista riesce a conferire loro simboliche valenze, comunicando riflessioni e sentimenti di universale respiro”.
(V. Cracas)


“Francesco Dell’Aglio è nato a Bari nel 1973; vive ed opera a Noicattaro (BA). Pittore, si è diplomato presso l’Istituto Statale d’Arte (sezione architettura e arredamento) nel 1993 e si è laureato in Lettere moderne con indirizzo storico-artistico nel 2001. Ha esposto in varie mostre, fra cui la Mostra Nazionale di Pittura e Bianco e Nero di Foggia “XXX Premio Primavera” ed altre estemporanee, ottenendo consensi e apprezzamenti.”


Indirizzo: Parco Evoli, 4 – 70016 Noicattaro (Bari)



Fonti bibliografiche:
La recensione di Cracas e i cenni sulla vita dell’artista sono tratti da L'élite. Selezione Arte italiana 2003, Editrice l'élite, Varese 2003.




N.B. Coloro che volessero riprendere stralci di questo post sono pregati gentilmente di citarne la fonte onde evitare spiacevoli malintesi. Grazie.
Claudia 2-12-2008









Alla sera-Foscolo
UGO FOSCOLO
Alla sera
Forse perché della fatal quïete
tu sei l'immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
       4le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
       8vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
       11questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
       14quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.

(Da "I sonetti", 1803)

Chi di voi non ha mai sentito la serenità totalizzante della sera, anche nei luoghi più rumorosi? Forse perché l'approssimarsi della fine è sempre un altro inizio a noi sì caro viene, e ci rende gioiosi e distratti!
Aware 3-12-2008




Daniel Pennac-Da: “Come un romanzo”
42.
Immaginiamo una classe di adolescenti. Circa trentacinque studenti. Oh! Non quel genere di studenti accuratamente calibrati per varcare in gran fretta gli alti portoni delle grandi università, no, gli altri, quelli che sono stati respinti dai licei del centro perché la loro pagella non lasciava prevedere un gran voto alla maturità, né addirittura una maturità.
È l'inizio dell'anno.
Sono approdati qui.
In questa scuola.
Davanti a questo professore.
Ma sarebbe meglio dire che si sono arenati qui. Respinti sulla riva, mentre i loro compagni di ieri hanno preso il largo a bordo di licei-transatlantici in partenza per grandi "carriere". Relitti abbandonati dalla marea scolastica. Così si descrivono nella classica scheda di inizio anno.
Cognome. nome. data di nascita...
Informazioni varie:
"Sono sempre andato malissimo in matematica... "Le lingue non mi interessano"... "Non riesco a concentrarmi"... Non so scrivere". . . "Ci sono troppi vocaboli nei libri" "(sic ! Eh! sì, sic!)... " "Non capisco niente di fisica"... "Ho sempre avuto zero in ortografia"... "In storia, potrebbe andare, ma non mi ricordo le date"... "Credo di non esercitarmi abbastanza"... "Non riesco a capire"... 'Ho sbagliato un mucchio di cose"... "Mi piacerebbe disegnare ma non sono molto portato"... "Era troppo difficile per me"... "Non ho memoria"... "Mi mancano le basi"... "Non ho idee"... "Mi mancano le parole"...
Finiti...
Così si dipingono.
Finiti ancor prima di aver cominciato.
Certo, calcano un po' la mano. Ma è il genere a richiederlo. La scheda personale, come il diario, ha molto dell'autocritica. In essa si tende istintivamente a denigrarsi. Inoltre, accusandosi di tutto, ci si mette al riparo da molte pretese.
Almeno questo dalla scuola l'avranno imparato: il conforto della fatalità. Non c'é nulla di così tranquillizzante come un eterno zero in matematica o in ortografia. Escludendo l'eventualità di un progresso, esso sopprime gli inconvenienti dello sforzo. E confessare che i libri contengono "troppi vocaboli", chissà, forse li esonererà dalla lettura...
Eppure, questo ritratto che gli adolescenti fanno di se stessi non é fedele: non hanno la faccia del ritardato dalla fronte bassa e dalla mascella quadrata quale potrebbe immaginare un cattivo regista che leggesse i loro telegrammi autobiografici.
No, hanno la faccia molteplice della loro generazione: ciuffo a banana e stivaletti per il rocker di turno, calze inglesi e jeans firmati per il cultore della moda, chiodo nero per il centauro senza moto, capelli lunghi o a spazzola a seconda delle tendenze di famiglia... Quella ragazza, laggiù, nuota nella camicia del padre che sfiora le ginocchia strappate dei suoi jeans, quell'altra ostenta la sagoma nera di una vedova siciliana ("questo mondo non mi concerne più") mentre la sua bionda compagna di banco ha puntato tutto sull'estetica: corpo da cartellone pubblicitario e faccia da copertina accuratamente patinata.
 Sono appena guariti dagli orecchioni e dal morbillo e già si beccano i virus della moda.
E la maggior parte sono anche alti! Gli mangiano in testa, al professore! E grossi, i ragazzi! E le ragazze, già di quelle figurine!
Il professore ha l'impressione che la sua adolescenza fosse più imprecisa... piuttosto mingherlino, lui... robetta del dopoguerra... latte in polvere del piano Marshall... all'epoca era in ricostruzione, il professore, come il resto dell 'Europa...
Loro, invece, hanno facce da risultato.
Questa salute e questo ossequio alle mode conferiscono loro un'aria di maturità che potrebbe intimidire. Le loro pettinature, i loro vestiti, i loro walkman, le loro calcolatrici, il loro lessico, il loro atteggiamento distante, fanno addirittura pensare che potrebbero essere più "adatti" al loro tempo di quanto non lo sia il professore. Saperne molto di più di quanto non ne sappia lui...
Molto di più su che cosa?
E proprio questo l'enigma dei loro volti...
Nulla di più enigmatico di un'aria matura.
Se non fosse un veterano, il professore potrebbe sentirsi espropriato del presente dell'indicativo, un po' passatello... Solo che, ecco... ne ha visti di bambini e di adolescenti in vent'anni di scuola... almeno tremila, se non di più... ne ha viste passare, di mode... tanto che ne ha persino viste tornare!
L'unica cosa di immutabile è il contenuto della scheda personale. L'estetica "frana" in tutta la sua ostentazione: sono pigro, sono scemo, sono uno zero, ho provato in mille modi, non sprecate le vostre forze, il mio passato non ha futuro...
Per farla breve, non si piacciono. E lo proclamano con una convinzione ancora infantile.
Sono fra due mondi, insomma, e hanno perso i contatti con entrambi. Sono "tipi di tendenza", certo, "davvero tosti" (eccome!) ma la scuola "è una pizza", le sue esigenze li "stressano", non sono più dei bambini ma "si rompono" nell'eterna attesa di diventare grandi.
Vorrebbero essere liberi e si sentono abbandonati.

(Daniel Pennac, Come un romanzo, 1992, traduzione di Yasmina Melouah, Feltrinelli).

Dedicato a tutti i miei amici...

Aware 5-12-2008

Dedicato agli inquieti
In ogni goccia di pioggia la mia vita fallita piange nella natura. C'è un po' della mia inquietudine nel goccia a goccia, negli acquazzoni con cui la tristezza del giorno si rovescia inutilmente sulla terra.
Piove tanto, tanto. La mia anima è umida a forza di sentirlo. Tanto...La mia carne è liquida e acquosa intorno alla sensazione che ho di essa.
Un freddo inquieto cinge con gelide mani il mio povero cuore. Le ore grigie e [...] si allungano, si fanno pianura nel tempo; i momenti si trascinano.
Come piove!
Le grondaie vomitano piccoli torrenti d'acqua sempre improvvisa. Scende, sulla mia coscienza di sapere che esistono grondaie, un rumore molesto di caduta d'acqua.
Indolentemente, lamentosamente, la pioggia batte contro la vetrata; [...]
Una mano fredda mi stringe la gola e non mi fa respirare la vita.
Tutto muore in me, persino il sapere che posso sognare! Non sto bene in nessuna posizione. Tutte le cose morbide su cui mi adagio hanno spigoli per la mia anima. Tutti gli sguardi, verso cui guardo, sono così scuri perchè batte su di loro questa luce impoverita del giorno che si lascia morire senza dolore.

(Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 2006, brano num.139)
Claudia 16-12-2008

BUONE FESTE A TUTTI I GUERRIERI
Claudia 24-12-2008

Novembre 2008


Sull’amore
Chi mette il piè su l'amorosa pania,
     cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale;
     che non è in somma amor, se non insania,
     a giudizio de' savi universale:
     e se ben come Orlando ognun non smania,
     suo furor mostra a qualch'altro segnale.
     E quale è di pazzia segno più espresso
     che, per altri voler, perder se stesso?

2 Vari gli effetti son, ma la pazzia
     è tutt'una però, che li fa uscire.
     Gli è come una gran selva, ove la via
     conviene a forza, a chi vi va, fallire:
     chi su, chi giù, chi qua, chi là travia.
     Per concludere in somma, io vi vo' dire:
     a chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena,
     si convengono i ceppi e la catena.

3 Ben mi si potria dir: - Frate, tu vai
     l'altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. -
     Io vi rispondo che comprendo assai,
     or che di mente ho lucido intervallo;
     ed ho gran cura (e spero farlo ormai)
     di riposarmi e d'uscir fuor di ballo:
     ma tosto far, come vorrei, nol posso;
     che 'l male è penetrato infin all'osso.

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto XXIV, 1-3)

Aware 3-11-2008

Lavoro a tempo determinato…
Morte-LavoroLow

Posto una vignetta del bravo PV che io trovo amara ma efficace. E' stata presa dal blog del vignettista al link  http://unavignetta.splinder.com/post/16024240/Tempo+determinato
Claudia 6-11-2008



Franz Kafka - Il cavaliere del secchio
Consumato tutto il carbone; vuoto il secchio; inutile la pala; la stufa che respira aria gelida; la stanza gonfia di gelo; davanti alla finestra, gli alberi rigidi nella brina; il cielo, uno scudo d’argento contro chi cerca da lui un aiuto. Devo procurarmi del carbone; non posso certo morire congelato; dietro di me la stufa impietosa, impietoso il cielo davanti a me; perciò devo andare al trotto in mezzo a loro, e nel frattempo, cercare aiuto dal carbonaio. Questi però è ormai indurito contro le mie solite preghiere; devo dimostrargli con chiarezza che non ho più neppure la più piccola particella di carbone, e che dunque lui rappresenta per me il sole nel firmamento. Devo arrivare come il mendicante intenzionato a morire sulla soglia rantolando di fame, e al quale perciò la cuoca si decide a lasciare i fondi dell’ultimo caffè; similmente il carbonaio, pur schiumante di rabbia, ma sotto il raggio del comandamento "Non uccidere!", dovrà scaraventarmi nel secchio un’intera badilata.
Già il mio decollo sarà decisivo; e dunque mi metto a cavalcare sul secchio. Da cavaliere del secchio, la mano in alto sull’impugnatura, che è la briglia più semplice, scendo con difficoltà le curve della scala; quando però sono giù, il mio secchio allora sale splendido, splendido; i cammelli sdraiati bassi per terra, quando il bastone del padrone li incita, non si sollevano con maggiore eleganza. Trottando a velocità adeguata percorro le strade congelate; spesso mi sollevo fino all’altezza del primo piano; non scendo mai fino alle porte d’ingresso. E a straordinaria altezza mi libro sulle arcate della cantina del carbonaio, dove questi sta rannicchiato laggiù al suo tavolino scrivendo; per lasciar defluire l’eccessivo calore ha aperto la porta.
"Carbonaio!" grido con voce arsa e arrochita dal freddo, avvolto dalle nuvole di vapore del mio respiro, "per favore carbonaio, dammi un po’ di carbone. Il mio secchio ormai è tanto vuoto che ci posso cavalcare sopra. Sii buono. Appena posso te lo pago."
Il carbonaio mette la mano all’orecchio. "Ho sentito bene?" chiede da sopra la spalla a sua moglie, che lavora a maglia vicino alla stufa, "ho sentito bene? Ci sono clienti."
"Io non sento proprio niente", dice la donna, respirando tranquilla sopra i ferri, piacevolmente riscaldata sulla schiena.
"Oh sì", grido io, "sono un cliente, un vecchio cliente, un cliente fedele, solamente, per il momento impossibilitato a pagare."
"Moglie", dice il carbonaio, "è così, c’è proprio qualcuno; non posso ingannarmi fino a questo punto; dev’essere un vecchio, un vecchissimo cliente se sa toccarmi così profondamente il cuore."
"Che ti prende, marito?" chiede la donna, e riposandosi un attimo preme sul petto il suo lavoro a maglia, "non c’è proprio nessuno; il vicolo è vuoto; tutti i nostri clienti sono stati riforniti; potremmo anche chiudere il negozio per giorni interi e riposarci."
"Ma io sono qui, seduto sul secchio" grido, e lacrime insensibili di freddo mi velano lo sguardo, "per favore, guardate in su; mi troverete subito; vi prego, datemi una palata di carbone; e se me ne darete due, mi farete felice oltre misura. In fondo, tutti gli altri clienti sono riforniti. Ah, se lo sentissi già risuonare nel secchio!"
"Vengo", dice il carbonaio e con le sue gambe corte vorrebbe già salire le scale della cantina, ma la moglie gli è già vicina, lo ferma prendendogli il braccio e dice: "Resta qui. Se non la finisci con questa idea, salirò io stessa. Ricordati che tosse hai avuto stanotte. Per un affare, e per di più immaginario, dimentichi moglie e figli e metti in pericolo i tuoi polmoni. Vado io." "Allora però digli tutti i tipi di carbone che abbiamo in magazzino; io da sotto ti dirò i prezzi." "Va bene", dice la moglie, e sale nel vicolo. Naturalmente mi vede subito.
"Signora carbonaia", grido, "i miei saluti più devoti; solo una palata di carbone; subito qui nel secchio; me la porto a casa da solo; una palata del peggiore. Naturalmente la pago a prezzo intero, non subito però, non subito." Che suono di campane, nelle due parole "non subito", e come disorienta il loro mescolarsi con le campane serali che proprio ora cominciano a suonare dal vicino campanile.
"Allora, cosa vuole?" grida il carbonaio. "Niente", gli risponde la moglie, "non c’è nessuno; non vedo nessuno, non sento nessuno; solo hanno suonato le sei e noi chiudiamo il negozio. Il freddo è terribile; c’è da prevedere che domani avremo molto lavoro."
Non vede niente e non sente niente; però scioglie il grembiule e agitandolo cerca di soffiarmi via. Purtroppo ci riesce. Il mio secchio ha tutti i vantaggi di qualsiasi buon animale da cavalcare; ma non ha capacità di resistenza; è troppo leggero; basta il grembiule di una donna per cacciarlo a gambe levate.
"Cattiva!" le grido dietro, mentre lei, voltandosi verso il negozio, agita la mano in aria un po’ sprezzante, un po’ soddisfatta di se stessa, "cattiva! Ti ho chiesto una palata di carbone del peggiore e tu non me l’hai data." E dicendo così salgo nelle regioni delle montagne di ghiaccio e mi perdo per non tornare mai più.

(Franz Kafka, Il cavaliere del secchio, da "Durante la costruzione della muraglia cinese")

*******************************************

Dite un po': non vi sentite anche voi, talvolta, dei personaggi kafkiani? Io sì...
Aware 11-11-2008








Fondamenti di un matrimonio
"(...) Helmer: E potresti anche spiegarmi in che modo ho perduto il tuo amore?
Nora: Sì, te lo spiego. E' stato questa sera quando il miracolo non è accaduto. Allora mi sono accorta che non sei l'uomo che credevo.
H.: Sii più precisa. Non ti capisco.
N.: Per otto anni ho aspettato pazientemente, poiché, mio Dio, capivo anch'io che il miracolo non può accadere tutti i giorni. Poi mi piombò addosso la rovina; e allora ero incrollabilmente convinta che il miracolo sarebbe accaduto. Quando c'era là fuori la lettera di Krogstad...non pensai nemmeno un istante che tu potessi accettare le condizioni di costui. Ero fermamente persuasa che gli avresti obiettato: fallo pure sapere al mondo intero! E dopo di ciò...
H.: Ebbene? Se avessi esposto mia moglie alla vergogna e all'ignominia?...
N.: In questo caso, così credevo fermissimamente, ti saresti fatto avanti caricando tutto sulle tue spalle e dicendo: il colpevole sono io.
H.: Nora!
N.: Credi che avrei mai accettato da te un simile sacrificio? No, beninteso. Ma a cosa sarebbero valse le mie assicurazioni di fronte alle tue? Questo era il miracolo che speravo con angoscia e ansietà. E per impedirlo mi sarei tolta la vita.
H.: Nora, con gioia lavorerei giorno e notte per te, sopporterei dolori e preoccupazioni. Ma nessuno sacrifica il suo onore per coloro che ama!
N.: Lo hanno fatto centomila donne!
H.:Ahimè, tu pensi e parli come una bambina irragionevole.
N.: Può darsi. Ma tu, tu non pensi né parli come colui al quale potrei unirmi. Quando fu placata la tua angoscia non per ciò che minacciava me, ma per ciò che avrebbe potuto colpire te, quando ogni pericolo fu passato...facesti come se non fosse successo niente...Come sempre ridiventai la lodoletta, la tua bambola che intendevi portare in palma di mano con raddoppiata cautela perchè era tanto debole e fragile. Torvald, in quel momento ho avuto l'intuizione di aver abitato qui otto anni con un estraneo e di aver avuto con lui tre figlioli. Oh, non ci devo pensare! Mi farei a brani."


(H. Ibsen, Casa di bambola, trad. di Ervino Pocar, Oscar Classici Mondadori)
Claudia 19-11-2008





Catullo-carme LI
CATULLO - CARME LI

A me pare che pari agli dei,
anzi forse, se è lecito, che li superi,
sia chi, sedendoti di fronte, senza posa
ti mira e ti ascolta,

mentre con dolcezza sorridi, quando a me, sventurato,
questo ogni senso mi sradica: e infatti non appena su te
poso gli occhi, Lesbia, non v'è più
voce a me in gola
,

ma la lingua s'intorpida, sottile nell'ossa
scorre una fiamma, d'un proprio suono
sento ronzare le orecchie, e d'una duplice notte
si rivestono gli occhi.

L'ozio, Catullo, ti fa male:
nell'ozio esulti e t'agiti troppo.

L'ozio, un tempo, ha perduto fiorenti
città e re.

(Catullo, Liber, LI, liberamente ispirato a una poesia di Saffo, mia traduzione)

Sì, sono soprattutto i sorrisi che fanno innamorare. L'ho capito nell'ultimo mese, scoprendone uno straordinario, che davvero mi copre gli occhi d'una duplice notte per trascinarmi nel sogno...
Aware 22-11-2008

Linguaggio cifrato…
ScuolaAltra vignetta di PV per cominciare la giornata col sorriso. Non so se i ragazzi si esprimano così durante un'interrogazione ma questo scambio di battute mi fa ridere..."No-end"...Ho pensato a tutti i docenti di lettere.
Il sito di pv lo trovate tra i link a sinistra, come sempre.
Claudia 23-11-2008









Antefatto:il simbolo.
(…) “Il simbolo è sempre un prodotto di natura assai complessa, poiché si compone dei dati e di tutte le funzioni psichiche. Per conseguenza esso non è né di natura razionale né irrazionale.” [1][1]  In altre parole esso attiva l’intero essere umano e costituisce il ponte che collega i diversi territori della psiche. E’, sostiene Jung, l’unificatore degli opposti, un mezzo capace di esprimere quelle possibilità di sviluppo (intuizione) che non hanno altre opportunità di manifestarsi.
Il simbolo è vivo finché è pregno di significato, possiede ulteriori risorse di trasformazione sia dell’individuo sia della coscienza collettiva. Quando tale carica si esaurisce perché ha manifestato tutte le sue innumerevoli funzioni, il simbolo muore e decade a mero “segno” e di esso non rimane che il valore storico. (…)
(…) l’incapacità di accedere alla dimensione simbolica dell’esperienza impedisce il progresso del pensiero e delle facoltà creative. Le equazioni simboliche possono lo stesso irrompere nell’arte ma “gli artisti in special modo, quando sono artisti riusciti, combinano un’enorme capacità di usare simbolicamente il materiale per esprimere le loro fantasie inconsce con un senso estremamente acuto delle caratteristiche reali del materiale che usano. Senza quest’ultima capacità, riuscirebbe loro impossibile servirsi efficacemente di esso per comunicare il significato simbolico cui vogliono dar corpo.”[2][2] Insomma, nell’attività artistica si tratta di saper contenere gli aspetti primitivi dell’attività psichica, compresi quelli che la Segal definisce “equazioni simboliche”. (…)

(Giuseppe Pansini, Il cavallo di Ulisse. Tra Freud e Jung un progetto per la psicologia dell’arte, Franco Angeli, Milano 2000, pp.132-133.)


Claudia 30-11-2008



[1][1] C. G. Jung, Tipi psicologici, in “Opere”, vol. VI, Boringhieri, Torino 1981, pag. 488.
[2][2] H. Segal, Sogno, fantasia e arte, raffaello Cortina ed., Milano 1991, pag.49.

Marzo 2008


C’era una volta un pover’uomo e una donna. Non avevano figli. Un giorno la donna andò nel bosco e incontrò una vecchia che le disse: <<Va’ a casa e spacca in due una grande zucca, versaci dentro mezzo litro di latte e bevilo. Avrai un figlio maschio che crescerà grande e ricco>>.
Dopo queste parole la vecchia scomparve e la povera donna andò a casa e fece esattamente quello che la vecchia le aveva detto.
Nove mesi dopo partorì un bel maschietto. Ma la felicità della donna non durò a lungo perché si ammalò e presto morì, quando il ragazzo ebbe vent’anni. Allora il giovanotto pensò: “Cosa faccio qui solo soletto? E’ meglio se me ne vado in giro per il grande mondo a cercare fortuna”.
Si mise in cammino, di villaggio in villaggio, da una città all’altra, ma da nessuna parte trovò fortuna. Un giorno arrivò in una città dove viveva un Re molto ricco. Questo Re aveva una bellissima figlia che voleva dare in moglie solo a colui che avesse fatto una cosa mai vista prima al mondo. Molti uomini avevano già provato, ma finora nessuno era riuscito a creare o scoprire qualcosa che non si fosse già visto prima.
Non appena udito ciò, il giovanotto andò dal Re e disse: <<Io vorrei la mano di tua figlia. Di’ allora cosa devo fare!>>.
Il Re andò in collera per tanta audacia e disse : <<Mi domandi cosa devi fare? Ma sai già che soltanto colui che farà una cosa che non si è mai vista al mondo potrà avere la mano di mia figlia. Visto che hai fatto una domanda così stupida, ti metterò in galera fino alla fine dei tuoi giorni>>.
E i servi chiusero il giovanotto in un carcere buio e freddo. Non appena la porta si fu chiusa, dentro la cella si fece all’improvviso una grande luce e apparve Mantuya, la regina delle fate.
<<Non essere triste>>, disse la fata. <<Ti prometto che avrai la mano della figlia del Re. Eccoti qua una piccola cassa di legno e un bastoncino. Ora mi devi strappare dalla testa un po’ di capelli e stenderli sulla cassa e sul bastoncino>>.
Il giovanotto fece come aveva detto la fata e quando fu pronto lei gli disse: <<Ora passa il bastoncino sui capelli della cassa>>.
Di nuovo il giovanotto eseguì e a questo punto la fata disse: <<La cassa diventerà un violino e renderà allegra o triste la gente a seconda di come tu vuoi>>. Poi prese la cassa e ci rise dentro, vi fece cadere qualche lacrima e disse: <<Passa ora il bastoncino sui capelli della cassa>>.
Il giovanotto fece come ordinatogli e dalla cassa si udirono dei canti che ora stringevano il cuore, ora lo rendevano allegro.
Quando Mantuya scomparve, il giovanotto chiamò i servi e si fece portare dal Re.
<<Ora, maestà, ascolta e guarda quello che ti ho portato>>, e cominciò a suonare. Il Re, al settimo cielo dalla gioia, gli dette la mano della sua bellissima figlia e vissero felici e contenti a lungo.
Così apparve il violino nel mondo.

Fiaba dei rom ungheresi

(K. Wiernicki, Fiabe zingare, Rusconi libri)


* In Transilvania esistono molte varianti di questa favola tra cui quella che fa risalire l’origine del violino ad una scoperta del diavolo. Secondo la credenza degli zingari il violino è un oggetto che viene sempre dall’aldilà.
Claudia 1-3-2008




Per voi, che il vostro amore è  la vita

Voi, che il vostro amore è la vita.
Voi, che la vostra ira è la morte.

Voi che avete riflesso la speranza delle stelle
nella disperazione dei cieli.

Voi che avete creato
gli anni, i secoli
 e partorito degli uomini che sui pali d’impiccagione
hanno intagliato i loro ricordi.
E avete allevato nel vostro piccolo ventre
la grande storia del futuro.

E voi che avete allevato la vittoria
nell’utero della sconfitta.

Voi, che il vostro amore è la vita,
voi, che la vostra ira è la morte!

Voi che siete il luccichio dell’astro dell’amore
nelle fredde tenebre dei cuori.
Voi che avete arso la scintilla del bacio
sulle assetate ceneri delle labbra
e ci avete insegnato la resistenza e la forza,
nei supplizi e nella sofferenza.

E i piedi piagati
con pesanti scarpe,
alla ricerca del vostro amore,
attraversano lontani sentieri.

E pensa a voi
l’uomo che conduce la sua barca
sull’acqua delle lontananze.

Voi, che il vostro amore è la vita
Voi, che la vostra ira è la morte!

Voi che siete belle
affinché gli uomini venerino la bellezza.

E ogni uomo si affretta lungo qualche sentiero
per l’incantesimo di un vostro sorriso.

E ogni uomo nella propria libertà
è legato alla catena dorata di un amore.

Voi, che il vostro amore è la vita
Voi, che la vostra ira è la morte!

Voi che siete lo spirito della vita
e la vita senza di voi è un focolare spento.

Voi, che il canto dell’abbraccio della vostra anima
è allietante all’orecchio dell’anima dell’uomo.

Voi che nel viaggio colmo di timore della vita,
nel vostro grembo, avete confortato gli uomini
e siete adorate da ogni uomo che adori sé stesso.

Il vostro amore datelo a noi,
voi, che il vostro amore è la vita!

E la vostra ira ai nostri nemici,

voi, che la vostra ira è la morte!

(A.Shamloo, traduzione a cura di Javad Daneshpour, raccolta inedita)
E' vietata qualunque riproduzione del testo tradotto. 
Claudia 7-3-2008









"(...) Il letto  si trovava nella semioscurità, protetto dalla luna da una colonna, ma dai gradini di accesso si stendeva verso il letto un nastro di luce lunare. E non appena il procuratore ebbe perso il collegamento con quello che c'era intorno a lui nella realtà, subito si mosse per la strada luccicante e la risalì, direttamente verso la luna. Nel sogno sorrise perfino di felicità, tanto ogni cosa si risolveva in modo così splendido e irripetibile su quella diafana strada azzurra. Era seguito da Banga, e vicino a lui camminava il filosofo errante. Discutevano qualcosa di molto complesso e importante, e nessuno dei due riusciva a vincere l'altro. Non si accordavano su nessun punto, e questo rendeva la loro discussione particolarmente interessante e interminabile. S'intende che l'esecuzione di quel giorno era stata un mero equivoco: il filosofo che aveva escogitato una cosa così incredibilmente assurda come la bontà universale degli uomini, gli camminava accanto, quindi era vivo. E, naturalmente, sarebbe stato orribile anche il solo pensiero che un uomo simile potesse essere giustiziato. L'esecuzione non era avvenuta! Non era avvenuta! Ecco in che cosa consisteva il fascino del viaggio su per la scala lunare.
Vi era tanto tempo libero quanto ne occorreva, il temporale sarebbe scoppiato solo verso sera, e la codardia era indubbiamente uno dei vizi più terribili. Così diceva Jeshua Hanozri. No, filosofo, ti obietto: è il vizio più terribile di tutti!
Ecco, per esempio, non aveva avuto paura l'attuale procuratore della Giudea, allora tribuno della legione, quella volta nella Valle delle Vergini, quando i germani infuriati avevano quasi dilaniato il gigantesco Ammazzatopi! Ma per carità, filosofo! Possibile che tu, con la tua intelligenza, possa pensare che, per causa di un uomo che ha commesso un delitto contro Cesare, il procuratore della Giudea si rovini la carriera?
- Sì, sì... - gemeva e singhiozzava nel sonno Pilato.
Certo che se la sarebbe rovinata. Al mattino non l'avrebbe fatto, ma adesso, di notte, soppesato tutto, era pronto a rovinarsela. Era pronto a tutto, pur di salvare dall'esecuzione quel pazzo sognatore e medico completamente innocente! (...)"

(Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, traduzione di Vera Dridso, Edizioni Einaudi)
Claudia 14-3-2008










Una Spugna per cancellare il passato!
Una Rosa per adolcire il presente!
Un Bacio per salutare il futuro!

Alfo71 16-3-2008











Viaggi nell’arte


Milena Pastoressa, I fiori dell'Africa, 1998, olio su tela, cm 80x100.

MILENA PASTORESSA, I fiori dell
Diversi anni or sono, nel 1999, presenziai all'inaugurazione di una mostra personale di una giovane artista, mia collega universitaria, le cui opere erano state esposte presso la libreria Einaudi di Bari, nell'intento di unire arte letteraria e arte pittorica e offrire ai lettori una piacevole sosta tra un libro e l'altro.
Forse l'ambiente sacrificava un po' l'espressione cromatica delle bellissime opere di Milena, ma la loro carica comunicativa era talmente viva che tutt'ora, a distanza di quasi un decennio, ne ho un ricordo intenso e piacevolissimo.
La sua pittura è, al contempo, un concentrato di emozioni, speranze, femminilità, malinconia e apertura verso il mondo. Fra tutte le interessanti opere esposte, mi colpì il lavoro che vi propongo in questo post, per il suo cromatismo vivace, per il soggetto femminile e per ciò che mi ha emozionata. Sembra vi sia uno sguardo al futuro, un avvolgente richiamo per gli occhi e un reiterarsi semplice e atavico della maternità. L'artista, curiosamente, in una chiacchierata tra noi, mi esplicitò che era proprio questa la visione che l'aveva guidata e che il contatto con questo tipo di immagine femminile era scaturito dal legame col suo compagno, di origini africane. La comunione di esperienze e sensibilità me la fece sentire vicina e mi dispiace non aver avuto ulteriori occasioni per ammirare la sua produzione. So che ha abbandonato il suo paese d'origine, trasferendosi al nord. Riscatto la sua lontananza, offrendovi l'occasione di godere della sua bravura.
"...Si tratta di quadri che, al di là della forma pittorica, esprimono temi legati alla sua profonda sensibilità umana.
Specialmente nelle figure, Milena Pastoressa  sottintende una allegoria nascosta che denota una capacità di riflessione che riporta ai problemi della vita e ai rapporti costanti che l'uomo ha con i suoi simili, con il tempo, con la stessa morte.
La pittrice Milena Pastoressa non racconta soltanto con il disegno e con il colore, che pure hanno una parte fondamentale nella sua espressione artistica, ma attraverso un simbolismo intelligente, lascia intravedere una sensibilità profonda per tutto ciò che è veritàè, è vita, è speranza.
Le maschere senza maschere sono il segno di un rifiuto dell'ipocrisia e di una netta esaltazione della vita. L'insistenza sulle figure femminili rappresenta l'esaltazione della vita la cui espressione più alta è nella fertilità femminile; così come è importante il tema della speranza che vince la lotta contro il tempo e contro la morte nei gruppi di volti dalla mimica parlante.
Non c'è nella pittura di Milena Pastoressa soltanto la descrizione, ma c'è spazio anche per l'allegoria, per il pensiero profondo, per la ricerca del significato oltre il segno.
Allora non è una pittura ovvia scontata, descritta e basta. E' soprattutto una pittura ragionata in cui bene si coniugano pensiero e sentimento."
(Michele Giorgio)
<<Milena Pastoressa nasce a Bitonto il 2 gennaio del 1970. Ancora in tenera età si esprime attraverso il disegno ed il colore, che entrano a far parte integrante della sua vita. Nel 1988 realizza le sue prime esposizioni, che si susseguono numerose in varie località italiane, riscuotendo sempre maggiori consensi. Sperimenta continuamente nuove tecniche artistiche, che nel corso degli anni perfeziona con sempre crescente professionalità.
Dopo un soggiorno di due anni a Venezia, che si rivela determinante per la sua ispirazione artistica, nel 1999 si laurea in Lettere, con indirizzo storico-artistico, presso l'Università di Bari, discutendo una interessante tesi su: "Iconografia tassiana: la Gerusalemme liberata nella cultura figurativa meridionale tra XVII e XVIII secolo", relatrice la prof.ssa Luciana Cusmano.>>
Sue opere sono entrate a far parte di un gran numero di collezioni pubbliche e private in Italia e all'estero."
Numerose sono state le sue esposizioni, qui inelencabili per lunghezza.

Fonti bibliografiche:
L'immagine, la recensione critica e i cenni sulla vita dell'artista sono tratti da "Milena Pastoressa, I colori delle parole", a cura di Marisa Lepenne, Catalogo edito in occasione della mostra personale dell'artista nel 1999.
 Claudia 18-3-2008






Vivere una sola vita
   in una sola città
   in un solo Paese
   in un solo universo
vivere in un solo mondo
è prigione.
 
Amare un solo amico,
   un solo padre,
   una sola madre,
   una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione.
 
Conoscere una sola lingua,
   un solo lavoro,
   un solo costume,
   una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione.
 
Avere un solo corpo,
   un solo pensiero,
   una sola conoscenza,
   una sola essenza
avere un solo essere
è prigione.
 
 
 (Ndjock Ngana, poeta camerunense)
 
(la poesia è stata pubblicata nel '94 nella raccolta "Nhindò nero", Edizioni
Anterem di Roma, con un'introduzione di Luigi Di Liegro)
La poesia è stata tratta dal sito http://lists.peacelink.it/africa/msg02073.html
Claudia 29-3-200

Settembre 2007


"Il fiume dove mi fermavo ogni giorno divide più o meno la città in due. Fino al ponte bianco che collega una riva all'altra ci vuole una ventina di minuti. Amavo quel posto. Era lì che io e Hitoshi, che abitava dall'altra parte del fiume, ci davamo sempre appuntamento e anche dopo la sua morte vi ero rimasta legata.
Mi fermavo in un punto dove non c'era mai nessuno, e circondata dal rumore dell'acqua mi riposavo e bevevo piano il tè bollente dalla borraccia. Gli argini bianchi del fiume si perdevano in lontananza, e il panorama della città era avvolto nella nebbia azzurrina dell'alba. Ferma così, in quell'aria cristallina e pungente, mi sembrava di stare in un luogo un po' più vicino alla morte. Solo in quello scenario severo e limpido, di una solitudine desolata, riuscivo a sentirmi a mio agio. Non per masochismo: perché senza quel momento non avrei avuto la forza di affrontare il resto della giornata. Quel paesaggio era diventato per me assolutamente necessario."

(Banana Yoshimoto, Moonlight shadow, tratto da Kitchen, U.E.F.)
Claudia 3-9-2007










Memorie di viaggio
Siviglia, Piazza di Spagna di notte
Siviglia, Piazza di SpagnaSiviglia, Piazza di Spagna

 Siviglia, Piazza di Spagna

Sono reduce da un viaggio suggestivo e denso di piacevoli ricordi, caratterizzati dai colori e dal calore della bellissima terra andalusa. Molte sono state le cose che meriterebbero una notazione particolare, dallo spettacolare balletto di flamenco alla ben nota Alhambra di Granada. Ma ogni volta che ripenso alle immagini rimaste impresse nella mia memoria, la mia emozione si concentra sulla suggestiva Piazza di Spagna di Siviglia e sul gioco di luci gialle che la illuminava romanticamente di notte. Ho rivisto la stessa piazza di giorno, sempre bella ma diversa. Come se non fosse la stessa. Due percezioni differenti. Di giorno si possono gustare tutti i particolari dei colonnati e delle maioliche policrome che rappresentano le 52 province spagnole e di notte si può assaporare il vero spirito che ha indotto l’architetto a progettare questa piazza: creare uno spazio di riposo che ritempri la vista. Questa piazza maestosa mi ha catturata perché mi è parso riassumesse l’architettura andalusa fatta di eredità islamiche, ebree e cristiane e che ben illustrasse gli elementi decorativi e strutturali autoctoni.
Invito i miei lettori a visitare questa piazza e a coloro che l’hanno già vista, se lo desiderano, di raccontarci la loro sensazione.

“L’Esposizione iberoamericana del 1929 a Siviglia nacque come una possibilità di offrire un evento culturale di carattere internazionale in un momento in cui le fiere commerciali erano in declino e come una nuova maniera per favorire il turismo nella città. Per questo l’architetto Anibal Gonzalez progettò una serie di edifici e padiglioni nei terreni del Parco di Maria Luisa, creando i grandi complessi della Plaza de España e della Plaza de America, circondati da una vegetazione esuberante. Queste nuove costruzioni conferirono al centro di Siviglia nuovi spazi che presto sarebbero diventati il vero emblema della città.

Piazza di Spagna
L’architetto, utilizzando appieno la libertà che caratterizzava il progetto, propose un nuovo concetto spaziale di piazza pubblica con portici, pensata piuttosto per favorire il riposo e il contatto con la natura che per essere il centro delle attività commerciali come era sempre stata. Questo concetto così attuale, al di là delle mode, è proprio l’ideale dell’urbanesimo nel XXI secolo. Le dipendenze ospitano uffici amministrativi e centri ufficiali.
Insieme a Plaza de America, occupa tutta la zona nord-est del parco. Consiste in un semicerchio dal diametro di 170 metri con una galleria a portici e fiancheggiato da due enormi torri alte 80 metri. La circonda un canale attraversato da ponticelli in stile veneziano (la nostra guida ha aggiunto che i 4 ponti rappresentano i 4 regni spagnoli) . Alla base del cerchio furono collocati dei banchi decorati con pannelli di azulejos (piastrelle di maiolica colorate e composte come un puzzle), ciascuno dedicato a una provincia spagnola. Questa piazza fu il fulcro dell’Esposizione e fu concepita come una villa che si rifaceva allo stile del Palladio. Il marmo fu utilizzato come materiale complementare, per spezzare i ritmi ed accentuare le differenze cromatiche.
La struttura è di mattoni, mentre il principale elemento ornamentale è la ceramica.”


Fonti Bibliografiche:
-         “Andalucia da vicino. Itinerari turistici in Andalucia”, Ed. Edilux
-         “Welcome olé”, Magazine gratuito, anno XII, n° 129 Luglio 2007.
-         Per il corredo fotografico, che proviene dal mio archivio di viaggio,  cliccate sui media al lato.


Claudia 12-9-2007


Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovraumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

(Giacomo Leopardi, Canti, BUL)
Claudia 21-9-2007


Brif bruf braf

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
- Brif, braf, - disse il primo.
- Braf, brof, - rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c'era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c'era una vecchia signora né buona né cattiva.
- Come sono sciocchi quei bambini, - disse la signora.
Ma il buon signore non era d'accordo: - Io non trovo.
- Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto.
- E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: che bella giornata. Il secondo ha risposto: domani sarà ancora più bello.
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perché i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
- Maraschi, barabaschi, pippirimoschi, - disse il primo.
- Bruf, - rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
- Non mi dirà che ha capito anche adesso, - esclamò indignata la vecchia signora.
- E invece ho capito tutto, - rispose sorridendo il vecchio signore. - Il primo ha detto: come siamo contenti di essere al mondo. E il secondo ha risposto: il mondo è bellissimo.
- Ma è poi bello davvero? - insisté la vecchia signora.
- Brif, bruf, braf, - rispose il vecchio signore.

(Gianni Rodari, Favole al telefono tratte da I cinque libri, Edizione Einaudi Tascabili)
Claudia 26-9-2007


La nostra amica Annarita ha lanciato un'interessante iniziativa sui suoi blog didattici che accolgo con piacere. L'idea è quella di confrontarsi con ambiti di conoscenza diversi dai propri e misurarsi con essi per lasciare contributi significativi. Credo sia un buon metodo per allenare la mente e ampliare il proprio raggio di interesse.
Segnalo di seguito un post sui curriculi didattici da utilizzare nella scuola e man mano aggiornerò il post con altri link, sebbene i blog di Annarita andrebbero letti in toto perchè molto interessanti.
http://scientificando.splinder.com/post/14065607
http://lanostramatematica.splinder.com/post/14069436
claudia 29-9-2007